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PAPA: GESU’ USAVA UN LINGUAGGIO SEMPLICE

Nella giornata della Beata Vergine del Carmelo , Bergoglio sottolinea il bisogno di parlare con il cuore. Di proporsi senza imporsi.

16-07-2017 16:50

PAPA: GESU’ USAVA UN LINGUAGGIO SEMPLICE

CITTA' DEL VATICANO, 16 LUG - "Gesù, quando parlava, usava un linguaggio semplice, si serviva di immagini della vita quotidiana". Lo ha detto il Papa all'Angelus, nel giorno in cui si celebra la Beta Vergine del Carmelo,  facendo riferimento alla parabola del seminatore del Vangelo di oggi. "Per questo lo ascoltavano e il suo messaggio arrivava al cuore" e non era "un linguaggio complicato come quello che usavano i dottori della legge; non si capiva bene, era pieno di rigidità, allontanava". Invece "Gesù faceva capire il mistero del Regno di Dio: non era una teologia complicata".
Nel corso della giornata, come riferito da Radio Vaticana, Papa Francesco si è rivolto con un auspicio al Movimento mondiale dei Lavoratori Cristiani riuniti ad Avila, in Spagna, in occasione del 50° anniversario della fondazione.  "La voce dei lavoratori continui a risuonare nel seno della Chiesa- chiede il Santo Padre ai 120 delegati in rappresentanza del Movimento che è presente oggi in 79 Paesi con lo slogan “Terra, casa e lavoro per una vita degna".    
 Il Messaggio, a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, sottolinea che "la dignità della persona è strettamente unita a queste tre realtà" che ricordano che l'esperienza fondamentale dell'essere umano "è quella di sentirsi radicato nel mondo, in una famiglia, in una società". "Terra, casa e lavoro - prosegue il Messaggio - significa lottare perché ogni persona viva in modo conforme alla sua dignità e nessuno si veda scartato. A questo ci incoraggia la nostra fede in Dio, che ha inviato il suo Figlio nel mondo perché, condividendo la storia del suo popolo, vivendo in una famiglia e lavorando con le sue mani, ha potuto redimere e salvare l'essere umano con la sua morte e risurrezione". Infine, il Papa esorta il Movimento dei lavoratori cristiani "a perseverare con rinnovato slancio nello sforzo di portare il Vangelo nel mondo del lavoro".
( Servizio di:  Stefano Girotti )
 
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:
 
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Gesù, quando parlava, usava un linguaggio semplice e si serviva anche di immagini, che erano
esempi tratti dalla vita quotidiana, in modo da poter essere compreso facilmente da tutti. Per questo lo
ascoltavano volentieri e apprezzavano il suo messaggio che arrivava dritto nel loro cuore; e non era
quel linguaggio complicato da comprendere, quello che usavano i dottori della Legge del tempo, che
non si capiva bene ma che era pieno di rigidità e allontanava la gente. E con questo linguaggio Gesù
faceva capire il mistero del Regno di Dio; non era una teologia complicata. E un esempio è quello che
oggi porta il Vangelo: la parabola del seminatore.
Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si
impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con
pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare
frutto. E come può portare frutto? Se noi lo accogliamo.
Perciò la parabola riguarda soprattutto noi: parla infatti del terreno più che del seminatore. Gesù
effettua, per così dire, una “radiografia spirituale” del nostro cuore, che è il terreno sul quale cade il
seme della Parola. Il nostro cuore, come un terreno, può essere buono e allora la Parola porta frutto – e
tanto – ma può essere anche duro, impermeabile. Ciò avviene quando sentiamo la Parola, ma essa ci
rimbalza addosso, proprio come su una strada: non entra.
Tra il terreno buono e la strada, l’asfalto – se noi buttiamo un seme sui “sanpietrini” non cresce
niente – ci sono però due terreni intermedi che, in diverse misure, possiamo avere in noi. Il primo, dice
Gesù, è quello sassoso. Proviamo a immaginarlo: un terreno sassoso è un terreno «dove non c’è molta
terra» (cfr v. 5), per cui il seme germoglia, ma non riesce a mettere radici profonde. Così è il cuore
superficiale, che accoglie il Signore, vuole pregare, amare e testimoniare, ma non persevera, si stanca e non “decolla” mai. È un cuore senza spessore, dove i sassi della pigrizia prevalgono sulla terra buona, dove l’amore è incostante e passeggero. Ma chi accoglie il Signore solo quando gli va, non porta frutto.
C’è poi l’ultimo terreno, quello spinoso, pieno di rovi che soffocano le piante buone. Che cosa
rappresentano questi rovi? «La preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza» (v. 22), così dice Gesù, esplicitamente. I rovi sono i vizi che fanno a pugni con Dio, che ne soffocano la presenza: anzitutto gli idoli della ricchezza mondana, il vivere avidamente, per sé stessi, per l’avere e per il potere. Se coltiviamo questi rovi, soffochiamo la crescita di Dio in noi. Ciascuno può riconoscere i suoi piccoli o grandi rovi, i vizi che abitano nel suo cuore, quegli arbusti più o meno radicati che non piacciono a Dio e impediscono di avere il cuore pulito. Occorre strapparli via, altrimenti la Parola non porterà frutto, il seme non si svilupperà.
Cari fratelli e sorelle, Gesù ci invita oggi a guardarci dentro: a ringraziare per il nostro terreno
buono e a lavorare sui terreni non ancora buoni. Chiediamoci se il nostro cuore è aperto ad accogliere con fede il seme della Parola di Dio. Chiediamoci se i nostri sassi della pigrizia sono ancora numerosi e grandi; individuiamo e chiamiamo per nome i rovi dei vizi. Troviamo il coraggio di fare una bella bonifica del terreno, una bella bonifica del nostro cuore, portando al Signore nella Confessione e nella preghiera i nostri sassi e i nostri rovi. Così facendo, Gesù, buon seminatore, sarà felice di compiere un lavoro aggiuntivo: purificare il nostro cuore, togliendo i sassi e le spine che soffocano la Parola.
 

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